12 Marzo 2021
10:42

La cultura in Italia è in crisi: ma la causa è pandemica o endemica?

È passato un anno dal giorno in cui il mondo si è fermato e più di un anno da quando la cultura e lo spettacolo dal vivo sono stati chiusi, fermati, congelati. Ma la pessima condizione in cui versa la cultura in Italia è endemica più che pandemica: cosa è cambiato prima e dopo (o meglio durante) la pandemia?
A cura di Fanpage Admin
Dario Franceschini
Dario Franceschini

È passato un anno dal giorno in cui il mondo si è fermato e più di un anno da quando la cultura e lo spettacolo dal vivo sono stati chiusi, fermati, congelati. Dopo i primi giorni popolati di paura, urla e applausi dai balconi, la cultura ha reagito con un’enorme e sovraesposta partecipazione, un’esplosione di video, letture, stories e spettacoli gratuiti: dalle dirette di ogni tipo trasmesse dal cesso, mentre mangiavano, mentre guardavano altre dirette, mentre commentavano la diretta di Conte, alle letture ininterrotte del povero Dante (come hanno potuto pensare che leggere la Divina Comedia a cazzo di cane potesse in qualche modo alleviare il nostro sconforto?). Anzi credo che proprio il sommo poeta, così bistrattato e distrutto, sia una perfetta metafora della condizione della cultura in Italia: una pessima condizione che più che pandemica reputo endemica. E scusate il gioco di parole ma era per evitare di scrivere che ci siamo veramente rotti i coglioni e le ovaie di una situazione che ormai perdura da decenni.

L’unica differenza fra il prima e dopo pandemia (o meglio durante) è che il vaso di Pandora è stato scoperchiato, e quella che prima era soltanto una discussione interna al settore ora è aperta a tutti e la gravissima situazione in cui versa il settore è oramai sotto lo sguardo di tutte e tutti. Non c’è programmazione, ideazione, calendarizzazione, non c’è un pensiero, non ci sono tutele nei confronti di un intero apparato di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo dal vivo e della cultura (590.000 persone).

La Cultura in Italia è malata

E, in tutto questo, credo che un esempio perfettamente calzante di quanto la cultura in Italia sia malata, è il Ministro stesso della Cultura che pare si sia accorto che i teatri erano chiusi da 372 giorni dopo 372 giorni e che soltanto adesso si renda conto che potrebbero essere riaperti. Ma se ne accorge in uno dei momenti peggiori, in cui pare si debba chiudere di nuovo tutto ovvero un’enorme e gigantesca supercazzola, sintomo e al contempo causa stessa della malattia. Perché la cultura non è come una qualsiasi altra attività, è fatta di materiale umano, anzi è fatta fisicamente da esseri umani che non puoi aprire e chiudere come un bar a seconda del colore della regione: cosa fai, metti in magazzino artisti artiste e maestranze per due/tre settimane e poi li tiri fuori quando è ora di riaprire? Magari in un bel congelatore così si mantengono freschi.

È necessario comprendere e far comprendere che la cultura è un mestiere, che di cultura si sopravvive e sarebbe giusto poterci vivere degnamente, è fondamentale insegnare che la diversità è un’opportunità per crescere e migliorarsi, e la cultura con le sue innumerevoli nicchie (e le teste di nicchia di cui mi reputo un degno rappresentante) puo' divenire culla di queste opportunità. È una vita intera che mi sento dire che in teatro ci sono sempre poche persone, che alcune mostre sono deserte, che certi libri vendono poco etc etc ma chi lo dice non si rende mai conto di quanto sia grande il numero di tutte queste nicchie messe insieme, il che vuol dire che c’è un elevato numero di persone che amano le diversità.

Certo un solo “prodotto” che arriva a milioni di persone, in proporzione, costerà molto meno e renderà infinitamente di più di mille prodotti piccoli che costeranno, in proporzione, molto di più, perché seppure, alla fine della fiera, le persone raggiunte saranno le stesse, il rapporto fra costo e incasso è di certo nettamente inferiore. Omologazione o non omologazione, questo è il problema.
Non eliminare gli uni o gli altri ma lasciare spazio ad entrambi, per farlo però è ovvio che i più piccoli abbiano bisogno di maggior sostegno, politico, economico, culturale e sociale: sostegno che si rende necessario proprio in virtù di quella molteplicità e multietnicità che dovrebbe contraddistinguere popoli e culture.

"Sì ma di lavoro vero cosa fai?"

Per tutta la vita ho sempre schivato la domanda “che lavoro fai?” perché la controdomanda era sempre la stessa: “si ma di lavoro vero tu che fai, per campare cosa vendi?” E, ad esser sincero,  dopo un anno di chiusura e un anno senza lavoro mi aspettavo che la risposta comune sarebbe stata quella della formica “Hai cantato? e adesso balla!” E invece no, nelle ultime settimane sono rimasto stupito dalle varie forme di solidarietà che la gente “comune” mi sta regalando: c’è una vera compassione (nel senso di “patire con”) nei miei confronti e nei confronti di chi fa il mio lavoro, una condizione di equità che non avevo mai provato in tutta la mia vita, laddove mi ero sempre sentito o sempre mi avevano fatto sentire, il fancazzista di turno che non ha voglia di lavorare e che si sveglia tardi la mattina. E invece no: dal barista che dopo aver sentito che lavoro faccio mi dice “eh no eh, voi proprio gli ultimi, è uno schifo, non è giusto!”, alla mamma davanti all’asilo che mi chiede ogni giorno come va e che si chiede come cazzo facciamo ma mi invita a “tenere botta”, dalla panettiera che ogni settimana mi offre una brioches perché “il popolo non ha il teatro e io ti offro le brioches” (che mi fa ridere ogni volta che lo dice), al meccanico che quando la mia ragazza gli ha portato la macchina per fare il tagliando, lui senza che gli si chiedesse nulla, le ha detto: “per il pagamento non preoccuparti, me li dai quando ce li hai tanto lo so che se li avessi me li daresti…”

Quindi chissà, forse questo coperchio caduto dal vaso di Pandora è servito a qualcosa, forse non sempre tutto il male viene per nuocere o forse no, quel che è certo è che vogliamo che la cultura e lo spettacolo dal vivo non siano considerati superflui né dispensabili, vogliamo continuare ad essere quel piccolo nutrimento per l’anima che siamo sempre stati e vogliamo conservare questo sentimento di riconoscimento popolare. Per tutto il resto:

“Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”

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